Titolo originale: La poesia “immaginata” e non “creata” di Federico García Lorca. Un approfondimento sulla conferenza «Imaginación, inspiración y evasión» che dalla Spagna lo portò agli USA e a Cuba.

In una delle più celebri conferenze tenute dal poeta spagnolo Federico García Lorca, il granadino affronta, da dentro, il tema della poesia, sua naturale linfa vitale. Lo fa con un linguaggio molto chiaro che non manca di essere al contempo evocativo e nel quale si evidenzia la sua grande – anzi, completa – simbiosi con la voce dell’interiorità.

In lui, l’amplesso con il verbo, è esplicita attestazione di un amore che trova enfasi ed esaltazione riga per riga in quel che oggi, da lui prodotto, possiamo leggere e, a qualche altezza, vivere o rivivere.

Il grande critico Miguel García Posada, che se non fosse morto prematuramente nel 2012 all’età di sessantotto anni avrebbe di certo pubblicato numerosi altri studi sulla sua produzione letteraria, ricordò che i testi delle sue conferenze, recentemente raccolti in un volume unico edito da Debolsillo di Barcellona, contengono – a loro modo e in forma diversa – un qualcosa che altro non è che poesia.

Il critico vuole significare, infatti, come il poeta spagnolo, pur servendosi di codici evidentemente diversi da quello versificatorio della Poesia – si pensi alla prosa, com’è il caso, ma anche il disegno, la partitura musicale, la scenografia di un testo pensato per una rappresentazione (tutti generi impiegati e “attraversati” da Lorca) – sia automaticamente in grado di veicolare, nei rispettivi contenuti, un messaggio che è prettamente poetico, elevato, improntato a un’ascesa lirica, d’impronta – dunque – non comune.

Miguel García Posada, considerato il massimo esperto della poesia di F. García Lorca

Il testo della conferenza al quale voglio riferirmi in tale articolo è quello relativo alla sua charla – chiamiamola pure così dal momento che, a differenza di altre, è forse quella che più efficacemente avvolge il lettore tra malia e incanto – della quale ad oggi sembra che non si conservino tracce del manoscritto originale.

Quel che sappiamo è che Lorca era un intellettuale molto premuroso e attento e che non era suo costume presentarsi in veste di conferenciante senza avere con sé un tracciato da seguire, uno schema, quella che oggi definiremmo una “scaletta”.

In realtà egli portava sempre con sé i testi che meticolosamente aveva redatto, al sacrificio di varie riletture, correzioni, ampliamenti, sistemazioni e approfondimenti, e – sempre stando alle testimonianze – più che presentarli in maniera spontanea, li leggeva.

Ciò non ne faceva in nessun modo un intervento piatto, scialbo, improntato allo sviluppo di una certa noia nell’auditorium ma, al contrario, era sempre vissuto – tanto dal conferenciante, un vero “officiante del verbo”, quanto dal suo pubblico – con particolare coinvolgimento e curiosità.

Lorca tenne molte conferenze, tanto in Spagna che in America (USA, Cuba, Argentina, Uruguay) e alcune di esse vennero riproposte in più città. Il poeta, mai stanco della sua inequivocabile propensione alla ricerca, allo studio e alla rilettura di sé stesso, non le proponeva mai identiche: ne cambiava il titolo, ma non solo. Le rimaneggiava, le ricostruiva, ampliandone talora delle parti sacrificandone altre, prediligendo, di volta in volta, alcuni concetti e ampliandoli, interloquendo corpo a corpo con il testo, figlio prediletto di tanti interventi in contesti dove sempre ottenne grande clamore e applausi convinti.

La conferenza “Imaginación, inspiración, evasión” (il cui titolo non necessita di traduzioni) di cui – lo ripeto – il manoscritto originale non si conserva, con molta probabilità, stando alla documentazione in nostro possesso, fu preparata e scritta da Lorca in un periodo compreso tra il 1928 e il 1930.

Devo confessare che appare assai strana la circostanza di non saper individuare, tra tanti investigatori e commentatori assidui della sua opera, un range temporale più stretto se prendiamo in considerazione, invece, che esiste una monumentale e sempre in progress opera che ci documenta, in relazione al Poeta, ogni qualsiasi minuzia della sua vita, tanto privata quanto sociale, tanto cruciale per gli studi quanto – è il caso di dirlo – ininfluente se non pretestuosa per descrivere la sua persona-personaggio che, come si sa, con la prematura morte nel 1936 venne consacrato come uno dei moderni miti contemporanei.

Quel che è certo, invece, è che il Poeta la lesse (si noti tale azione predicativa, in linea a quanto si diceva in precedenza e non che la “dettò”, “impartì” o la “presentò” come solitamente si è soliti pensare in relazione a una conferenza) con le doverose modifiche, aggiunte e rivisitazioni del caso in varie città: Granada, Madrid, New York e a Cuba, addirittura in tre città diverse: L’Avana, Santiago de Cuba e Cienfuegos.

Lorca, con i nuotatori dell’Havana Yacht Club, 1930.
(Federico García Lorca Foundation Archive / FGL Centre, Granada)

La rivista «El Defensor» di Granada pubblicò il 11 ottobre 1928 il testo primordiale e completo della conferenza, letto a Granada. Con le successive letture in varie altre città dove Lorca intervenne per tenere tale conferenza, venne dato ampio risalto sui quotidiani madrileni «El Sol» (il 16 febbraio 1929) ed «El Imparcial», segnalando anche alcuni nuovi contributi inseriti o rivisitazioni di alcuni passaggi. Stessa cosa avvenne sulla stampa americana; col titolo di Tres modos de poesía uscì sulla stampa statunitense sul quotidiano «La Prensa» (il 10 febbraio 1930) e col titolo ulteriormente rinnovato di La mecánica de la poesía uscì (nella primavera del 1930, giorno non identificabile) sul glorioso notiziario cubano «Diario de la Marina», fondato da Nicolás Rivero nel 1832 che cessò la sua attività nel 1961.

Quale era il contenuto della conferenza che riscosse così tanto successo che il Poeta decise di riproporla varie volte in numerose città? Quale il motivo della sua gran presa su coloro che intervenivano a udirlo?

Estraggo, citando dai relativi contesti, alcune delle frasi più significative di questa conferenza per cercare – pur con un piglio approssimativo e circostanziale – di far risaltare i motivi trainanti del suo affabulante e corposo discorso sulla poesia.

Per permettere una certa fluidità di contenuti si è deciso di riportare le citazioni direttamente nella nostra lingua (le traduzioni sono eseguite dal sottoscritto) ma, dal momento che spesso anche una singola parola può avere sfumature diverse che debbono doverosamente essere considerate, adeguate specificazioni alla traduzione sono accluse agli estratti riportati.

Leggiamo nel testo della conferenza: «La missione del poeta è questa: animare, nel suo significato esatto, dare anima…»1.

Si è deciso di tradurre l’originale animar nella maniera più semplice e neutra possibile, ovvero con “animare”, sebbene con questo verbo sia possibile contemplare varie sfumature di significato, tutte riconducibili, corrette e pregnanti al discorso che il Poeta sta facendo nel corso della conferenza.

Al termine della frase si legge “dare anima”, tradotto dall’originale dar alma, e proprio la presenza del verbo “dare” – che nella comune costruzione “dar animo a” sta a significare “incoraggiare” – deve farci prendere in considerazione anche questa possibilità di significato. Il verbo animar trova, inoltre, a seconda dei contesti dove viene impiegato alti plausibili accenni quali “vivacizzare”, “rendere vivo”, “rinvigorire”, “rianimare”.

Se consideriamo una delle frasi più celebri del poeta che, per parlare della poesia, ebbe a dire «Ho il fuoco nelle mani» capiamo come la sfumatura di animar, intesa quale “rinvigorire” il fuoco (ovvero “rinfocolare”; “riattizzare”, etc.), sia congrua e pertinente.

Chiaramente il fuoco è quello della passione e della poesia che in Lorca si sovrappongono, senza eguagliarsi. Nel concetto di “dare anima” (tradotto dall’originale dar alma) si sottolinea ancor più quel che in precedenza il poeta con il verbo animar ha voluto trasmettere: il “dare anima” contiene al suo interno l’intenzione e l’importanza di “animare”, tuttavia sembra contenere anche una proiezione emozionale che si unisce all’atto responsabile, volitivo, cosciente, autonomo e sentito come esigenza del Poeta di rinfocolare, rivitalizzare, dar linfa, contribuire alla prospera vitalità.

Proseguiamo con un’altra dichiarazione del poeta che, in nessun modo, deve rimanere inosservata (rappresentando uno dei punti cruciali del suo discorso): «Per me l’immaginazione è sinonimo dell’attitudine volta alla scoperta. Immaginare, scoprire, portare la nostra poca luce alla penombra viva dove esistono tutte le infinite possibilità, forme e numeri»2.

Qui il Poeta sembra utilizzare un linguaggio tra il mistico e l’iniziatico quando, in relazione all’atteggiamento di continua ricerca e scoperta che è del Poeta (e che deve essere – aggiungo – dell’intellettuale in senso generale), ne parla come un percorso d’illuminazione a tappe di uno spazio completamente piombato nel buio.

Il poeta è colui che, ricercando ed esprimendosi, contribuisce a far allontanare ombrosità ed enigmi (tanto reali, quanto del linguaggio), è colui che, nel percorso che la sua esistenza e la sua indomita ricerca costruiscono, riesce a portare torce e illuminare il cammino.

Il poeta sa che non sarà mai possibile – soprattutto se da soli – illuminare per intero e con l’intensità più alta della Luce l’intero percorso, il contesto conoscibile all’uomo, perché l’integrità della Luce – il massimo splendore (e la conoscenza totale e completa) – appartiene solo al Divino.

Il poeta, però, può (e ne è in grado) di schiarire sacche di tenebre, percorsi ingarbugliati, far luce: la sua è a tratti una luce fioca, altre volte iscrive un cono di luce che, attorno, vede affogarsi nel buio totale quel che la circonda. Tuttavia è un inizio di percorso, un accenno di rivelazione e una traccia che viene solcata e aperta e che altri potranno attraversare.

Il poeta è costruttore di luce. Non solo. È colui che rischiara il buio, permette il passaggio, fa intravedere un oltre che, prima, non era neppure intuibile. Che cosa contiene questo buio di cui il Nostro parla? Tutto ciò che non conosciamo, non vediamo, non possiamo o non vogliamo conoscere.

Quel che ci ferisce, ci fa disperare, quel che non comprendiamo di noi e degli altri. Il nostro inconscio. Con le sue paure, devianze e fissazioni, ma anche con i traumi e le speranze spesso difficili da far elevare. Tutto questo e tanto altro. E il modo più bello che il Poeta ha per parlare di tutto quel che s’è ancorato nella “penombra viva” è riferirsi ad esso quale un complesso indistinto di “possibilità, forme e numeri”.

Questo atteggiamento indomito, perlustrativo, in continuo divenire e ricerca che è del Poeta – ma che pure può essere della persona sensibile e insaziabile della vita e dei suoi incomprensibili meccanismi – è dettato dall’emovere (“muovere”, ma anche “emozionare”) e dall’“evadere”, connotato da una motilità e da una cinetica irrefrenabili.

Nel brano relativo alla conferenza che apparve su «El Sol» di Madrid il 16 febbraio 1929, il Poeta ritorna su questo aspetto:
«Non credo nella creazione, ma nella scoperta, così come non credo nell’artista seduto, ma nell’artista in cammino».

Centrali di questa dichiarazione sono i termini sentado, qui tradotto con “seduto”, a voler intendere l’artista fisso, radicato, chiuso, stantio, (quello che, dopotutto, “crea” e non “inventa” ma lo fa in maniera pretenziosa e pretestuosa, seduto in poltrona e osservando fuori dalla finestra, senza un seppur minimo segno di compromissione all’ambiente, alla vita reale) e il termine caminante
(parola cara al grande Antonio Machado – «Caminante no hay camino», ma non solo) qui tradotto con “in cammino”, a voler sottolineare l’aspetto durevole dell’azione, il suo movimento continuo, il suo dislocarsi, avanzare, percorrere, attraversare, deambulare, muoversi.

È il Poeta che peregrina per le vie di New York perdendosi (come racconterà alla madre Vicenta in una lettera), che si muove nella campagna, rincorre animali selvatici, è il poeta che ritrova se stesso e la vita in ogni aspetto dinamico attorno a lui: dalla mentuccia che cresce, al pompelmo che matura, dai fiumi che ingrossano e corrono, dallo sguardo amorevole e mai uguale di un familiare, dalla voglia di conoscere altri paesi, sperimentare altre lingue, nel tentativo, forse, di scoprire (ritrovare) se stesso grazie a un percorso votato al mutamento continuo in un’interrelazione fittissima di incontri, conoscenze, amori, momenti di condivisione ma anche di dolore e di accorata mestizia.

E poi ancora: «L’immaginazione è limitata dalla realtà. […] L’immaginazione poetica viaggia e trasforma le cose, le dà il suo significato più puro e definisce le relazioni che non si sospettavano. […] L’immaginazione è il primo gradino e la base di tutta la poesia… […] La verità reale vince sull’immaginazione nella poesia ossia l’immaginazione stessa scopre la sua povertà»3.

Si è tradotto in maniera lineare e “alla lettera” la parola pobreza dell’originale in “povertà” il cui significato ha a che vedere con l’imperizia, la miseria, la limitatezza, l’incapacità e la vulnerabilità. Nel momento in cui il Poeta sostiene che la poesia – frutto di un imprinting inventivo – è macchiata in maniera irrimediabile dalla forza della realtà – dalla concretezza del vero – e dice che essa scopre la sua povertà sta dicendo che rivela la sua vulnerabilità, la sua suscettibilità, descrivendocela come qualcosa di puro che viene minacciato, impoverito, reso altro proprio dalla forza icastica e irrefrenabile del mondo della concretezza.

Non sta dicendo che la Poesia sia qualcosa di vulnerabile e di illusorio, qualcosa di troppo vago e inutile proprio per la sua mancanza di struttura e per la mutevole e imprendibile identità, ma che si scopre povera, ovvero impoverita, indebolita, manchevole, dinanzi al confronto (scontro) patente e immancabile col mondo reale.

Non sta annunciando una sconfitta, né rivelando un qualcosa dato a comprendere solo ai pochi. Al contrario sta saggiamente delineando il contesto in cui – proprio come la sua situazione lo vede parlare, in presa diretta, nella concretezza, dinanzi a un pubblico vero e tangibile – la poesia viene a trovarsi: in uno spazio che spesso non sa accoglierla, che la osteggia, che la relega a qualcosa d’altro.

Contestualmente subisce questo impoverimento come una sorta di estrazione indotta delle sue energie primarie, che si realizza nel contesto reale dell’appropriazione del vero. Per meglio comprendere questo aspetto risulta di grande utilità la citazione che viene offerta poco dopo nel corso del saggio.

Parlando, ancora, d’immaginazione non possiamo che provare un leggero disorientamento nel leggere queste parole del Poeta4: «L’immaginazione è intelligente, ordinata, piena di equilibrio»5. Questo concetto espresso da Lorca appare irreale e dunque per niente condivisibile.

Tale errore di comprensione (e dunque di ragionamento) deriva dal fatto che siamo automaticamente portati a concepire l’immaginazione come qualcosa di libero e spontaneo, senza legami, privo di riferimenti e dunque anche di categorie spazio-temporali, finanche di correlazioni di causa-effetto e di rispondenza anche alle normali leggi della Fisica.

Concepiamo l’immaginazione come qualcosa di astruso (e per questo pericoloso) perché in qualche modo ci allontana dalla realtà, ci conduce a una sorta di sogno ad occhi aperti svincolandoci dalla realtà fattuale della materia e dai suoi funzionamenti.

Lorenzo Spurio

L’errore sta nel fatto che pensiamo l’immaginazione come qualcosa di fumoso e ardito, come qualcosa che interessa chi ha tempo da perdere, di poco costruttivo, addirittura inutile, che può portare anche ad eccessi di visionarietà, illusionismo, problematiche mentali e psicologiche più o meno importanti come quelle di chi, abituato nel proprio mondo, non è in grado di interagire con la realtà o con un contesto più ampio, diverso da quello in cui – immaginativamente – si è inserito e crede di vivere indisturbato.

L’errore – se in questi termini è possibile parlare, ma credo che il Poeta volesse alludere a tutto questo – sta nel fatto che non si può concepire – dunque nemmeno pensare – l’immaginazione in termini razionali.

L’immaginazione può venire o non venire, ma non può essere forzata, dettata, obbligata, vincolata, prescritta o, al contrario, vietata, abolita, negata. Il Poeta, come già visto, parla di poesia non tanto quale atto creativo – secondo l’etimologia di poèsis che verrebbe a delineare “colui che fa”, “colui che costruisce” – ma preferisce parlare d’immaginazione, atto immaginativo, immagine, sensazione, predisposizione a cogliere immagini, e così via.

Il motivo è evidente: l’atto di creazione, di colui che plasma, forma e costruisce – sebbene pure col solo pensiero – proviene dalla materia grigia dell’uomo ed è lo sbocco pratico di una volontà, di un disegno, di un desiderio da appagare.

Chi crea lo fa avendo coscienza di quel che s’appresta a fare, semmai anche di quel che intende ottenere. La creazione, dunque, proviene da un piano di scelte e valutazioni dell’uomo nella sua dimensione scientista che lo vede non solo essere volitivo, responsabile e cosciente ma anche intenzionato e mosso motivatamente al raggiungimento di uno scopo, di un disegno, di un progetto, di un manufatto.

La poesia, al contrario, e il Poeta ben lo evidenzia con le sue dissertazioni in questa conferenza, non è mossa da un’intenzione di fondo, non trova compimento nelle interrelazioni di fasi correlate in cui l’uomo è artefice e produttore, valutatore attento, misuratore e deus ex machina di una sostanza che amalgama, spezia e modella secondo calcoli e in base alle capacità personali ma è il frutto inconsapevole di un atto visivo (verso l’esterno, come pure verso l’interno e, comunque, sempre polidirezionale), di una sorta d’immedesimazione con altro che si esplica in una capacità figurativa particolarmente sviluppata.

Il Poeta immagina ma non lo fa in maniera voluta; viene rincorso dall’immaginazione, da sembianze di possibilità che lui afferra e che solo in seguito ricostruisce, dandone forma, su carta, con i mezzi sensoriali e le capacità verbali in suo dominio. L’immaginazione è un fascio di luce che tra migliaia di persone solo una persona riesce a cogliere.

È la foglia che vediamo cadere dall’albero, volteggiare nell’aria e nascondersi in un pertugio dell’ambiente, quando tutti guardano sbigottiti la spaccatura, ben più clamorosa allo sguardo, della corteccia spugnosa del tronco. L’immaginazione è la capacità di cogliere un qualcosa che, dopo tutto, non c’è.

Ecco perché il poeta, nel riferirsi ai vari modi con i quali è possibile trovarsi colti da un’immaginazione parla dell’evasione che è quel distanziamento dal reale necessario per vedere il mondo con altri occhi.

L’ispirazione non è il motivo né la causa che conduce il poeta a creare una poesia. L’ispirazione non è il mare (così raro in Lorca) né il pozzo dell’acqua stantia dei campi della Provincia spagnola; semmai sono immagini di quella realtà concreta che cozza, intimorisce, “impoverisce” la poesia stessa.

Tuttavia sono così presenti nella sua produzione perché è dall’ambiente familiare e campestre che parte quella narrazione per immagini dove la semplicità degli elementi è simbolo e al contempo metafora; l’immaginazione che è il pilastro dove si basa ogni slancio del poeta si unisce con un humus ricco di elementi ispirativi che non sono fini a se stessi né residuali né circostanziali.

Il complesso sentimentale che il Poeta vive e realizza nel saper coniugare immaginazione, ricerca continua e libera ispirazione è raggiunto laddove intervenga, realmente, un momento che lui definisce di evasione.

Di fuga dal reale, soprattutto. Tali considerazioni possono essere avanzate a partire da una lettura meditata e discorsiva di quanto il Nostro espresse all’interno dell’interessante conferenza, ovvero: «La poesia può fuggire, evadere dai freddi artigli della ragione. Questa evasione poetica può avvenire in molti modi. Il surrealismo impiega il sogno e la sua logica per fuggire»6.

Giungiamo, così, nell’explicit del testo della conferenza che «El Sol» di Madrid pubblicò il 16 febbraio 1929 prima di essere abbondantemente applaudito, a una delle chiose più celebri e maggiormente proposte e rievocate anche nella citazionistica comune, ovvero: «La poesia non vuole adepti, ma amanti. Mette7 rami di rovi e ricci di vetri affinché, per l’amore verso di essa, chi la cerca si ferisca le mani»8.

Che dire dinanzi a cotanta bellezza? A tratti chiaro a tratti ambiguo il messaggio del Nostro, il significato va senz’altro ricercato. E non è unico. Quel che è evidente che la poesia non va elogiata né fatta oggetto di becero proselitismo, non è questo che richiede, ma va amata nel senso di sentita in forma autentica e pura.

Essa, dunque, non va cercata intenzionalmente ma viene in soccorso e, quasi taumaturgicamente, si presenta proprio nei momenti in cui non ce la saremmo aspettata (è quel “tocco” non visto, eppure significativo, di cui parlava Pablo Neruda che, in relazione alla poesia, disse «Venne e mi toccò»); questa “ricerca”, che tale realmente non è perché fuoriesce, come si è detto, da un procedimento d’immaginazione e di allontanamento dal reale, non è restia a sconvolgimenti o scoperte di non poco conto.

Al contrario: essa ha il potere di ferire, di segnare il corpo, di incidere sull’esistenza in maniera notevole. Chi, come il Nostro, se ne trova coinvolto e ingarbugliato, attratto e simbioticamente annesso alla sua entità non può che ricevere su di sé influssi potenti, i segni di una rivelazione.

Si tratta di quel “fuoco tra le mani” di cui parlò, circostanza visiva altamente potente e carica di un’idea di forza, d’energia e potenza ma, se vista in termini razionali, esperita mediante considerazioni sul dolore fisico, sulla combustione dei tessuti, su di un piano prettamente traumatologico e di violenza se non addirittura di masochismo.

Ma Lorca ci dice di più: se è il Poeta ad avere il fuoco tra le mani, anche chi non lo è e s’introduce con passione e curiosità nei meandri del mondo della poesia non può fuoriuscirne senza una scottatura, senza delle ferite più o meno aperte e doloranti testimoni di un’esperienza originale, di una visitazione di un mondo altro, di uno scandaglio del proprio io, che è sempre un’esperienza in parte traumatica e in parte salvifica.

La conferenza venne poi presentata anche in territorio americano nel corso della sua prima lunga estadía in America del nord. Un breve articolo con alcuni estratti viene pubblicato su «La Prensa» di New York in data 10 febbraio 1930 col titolo Tres modos de poesía.

Qualche settimana dopo, lasciatosi la Grande Mela alle spalle e alla volta dei Caraibi, il Poeta arrivò a Cuba dove, sotto il titolo La mecánica de la poesía, recitò la conferenza in varie città: nella Capitale presso il Teatro Principal de la Comedia, a Santiago de Cuba presso la Escuela Normal para Maestros de Oriente e, invitato dall’Ateneo di Cienfuegos, presso il locale Teatro Luisa Martínez Casado.

Una breve trascrizione di quanto il Poeta disse in quella sede è rintracciabile nell’articolo che apparve sul glorioso quotidiano «Diario de la Marina» nella primavera del 1930.

Da quest’ultimo testo citiamo un breve passaggio: «Non domandatemi, entrando nel pieno del tema “La meccanica della poesia” ciò che è vero e ciò che è falso perché la verità poetica è un qualcosa che cambia ogni volta che viene comunicata in modo diverso. Quel che rappresenta una luce in un poeta può rappresentare una bruttezza in un altro e, naturalmente, tutti sappiamo che la poesia non si comprende. La poesia si riceve; la poesia non si analizza, la poesia la si ama»9.

Il poeta pone l’accento, da subito, e in maniera molto chiara per svelare al suo auditorium che non è un poeta-vate, un intellettuale che grazie alle sue capacità immaginative e versificatorie che ha in qualche modo l’accesso alla comprensione di realtà superiori che ai comuni mortali non è data, ma un uomo come tutti.

Il tema della verità poetica che pone sul piano e che tratta con grande responsabilità e nettezza di giudizio è un qualcosa che ha sempre attanagliato i grandi intellettuali che, a parer loro, hanno tentato d’imprimere le loro idee accennando a considerazioni di variegata forma.

Tutte, dinanzi alle parole di Lorca, appaiono alquanto inefficaci e generano un dubbio che assilla il lettore, il partecipante alla conferenza, l’uomo dotato di quel fuoco energetico che lo porta a una ricerca e a una disquisizione continua di ogni aspetto della vita.

Il Poeta non è che alzi le mani rifiutando di approfondire un tema che necessiterebbe di una trattazione più ampia e uno scandaglio, anche critico (che lui non può fare non essendo un critico letterario), né si limita a confessare la sua limitatezza di conoscenza in materia ma, al contrario, si espone in modo molto energico e sicuro: la verità poetica non esiste o, se diamo per assunto che essa esista (sbagliando), dobbiamo anche essere propensi nel credere che essa è continuamente in balia di un vento fortissimo che sommuove tutto, ribalta quel che credevamo fisso, radicato, sicuro.

La verità poetica è un assunto impossibile e, pertanto, impraticabile che sarebbe deleterio percorrere con una sicurezza di fondo, con una convinta rassicurazione interiore che dà l’illusoria capacità di saper distinguere, e dunque rilevare, il vero da ciò che, invece, vero non è.

Il discorso apparentemente qualunquista, se non escapista, del Poeta evidenzia la complessità del tema in oggetto che, da qualsiasi parte lo si affronti, pone il dilemma di un dubbio e una vulnerabilità del concetto stesso di verità che è connaturatamente minato da un discorso di responsabilità e onestà.

Questo non implica l’adozione di uno sciatto relativismo (dove tutto, indifferentemente, può essere vero o falso) ma di un soggettivismo personalizzato in cui il Poeta molto crede.

La poesia, infatti, dice «non si comprende» (tradotto da entiende) volendo significare che essa non ha un significato univoco, definito, chiuso in sé, esplicabile come la soluzione, fissa, sicura e certa, di un’operazione algebrica.

Al contrario, la poesia è una molteplicità di significati, un dire analogico e metaforico che richiama, allude, fa pensare, collega, anticipa, etc. ed è dunque importante – anzi fondamentale – l’elemento personale di chi si appropria della poesia.

Il fatto che essa “non si comprenda” non ha a che vedere con la presenza di un linguaggio chiuso, ermetico, enigmatico che il lettore non riesce a penetrare, di un monolite di senso impossibile da attraversare, ma è l’esatto contrario.

Il testo poetico si presenta al lettore come possibile trama di un inizio, come un percorso in passato già fatto e che si ripropone, è una proiezione, un canto, una visione allo specchio della propria interiorità.

Chi legge la poesia, dunque, non deve porsi il problema di comprenderla, semmai dovrebbe farla sua, identificarla su di sé, viverla, percorrerla nella concretezza. Ed è questo quel che il Poeta favorisce con le sue parole.

Si apre qui, inoltre, un discorso che appare importante fare in merito all’ultima citazione proposta di Lorca. Lui dice che la poesia non la si analizza ma la si ama ed è evidente qui il richiamo nei confronti di una critica letteraria che spesso tende a vivisezionare il testo, a studiarlo in maniera particolareggiata nei dettagli, nelle curiose combinazioni che si formano, a ragionare in termini matematici sulle parole scritte, sui loro richiami fonici, intertestuali e d’altro tipo.

Non che Lorca sia contrario a tutto quel mondo vasto (e importante) di critici letterari (era molto amico di vari critici, più o meno influenti) perché è consapevole che la scoperta e l’affermazione di un autore può avvenire anche grazie alla loro presenza e intermediazione.

Sa, inoltre, che un lettore in fase mediale tra autore e fruitore dell’opera, del pubblico, a volte può essere di qualche utilità per aiutarlo nella comprensione sebbene sia sempre stato dell’idea che queste linee interpretative, queste guide di lettura, di avvicinamento al lettore sia bene evitarle perché è compito del lettore entrare a piè pari all’interno della materia, della trama, dei contenuti e fronteggiare lui stesso, in primo piano, la situazione.

Lo renderà ben esplicito nel teatro con le sue chiose nelle quali praticamente fornisce ai lettori, agli espectadores en sus butacas, la completa libertà d’interpretazione delle sue scene e, addirittura, un po’ come avvenne con Pirandello, dando loro anche la possibilità d’intervenire – di agire – sulla storia, contribuendo a scriverla.

Quando nel corso della conferenza Lorca dice che la poesia non va analizzata sta dicendo questo: essa deve essere offerta a chi intenda conoscerla – sia esso un erudito o un contadino – nella stessa modalità.

Ovvero senza preamboli, anticipazioni di sorta, approfondimenti, aiuti faziosi a favorire un determinato tipo di comprensione. La poesia va amata, dice Lorca, proprio come la Libertà che va conquistata (laddove essa sia assente), strenuamente difesa e rispettata.

Uno dei suoi maggiori personaggi teatrali, Mariana Pineda, è emblema di questa passione duplice, tanto amorosa che patriottica, che aspira a una libertà nella quale il singolo potrà vivere giustamente, senza limiti alcuno, la sua vita.

Il Poeta – e torno a sottolinearlo – non sta dicendo che la critica sia deleteria ai fini della conoscenza della poesia, o di un’opera in generale, ma essa non deve provenire da una posizione ideologica definita che contestualmente ne neghi un’altra. Si perviene, così, all’idea di una critica generalista o per approssimazione che è effettivamente quella che può garantire un giusto respiro all’opera. Non quella che dica cose assolutamente vaghe, imprecise o prive di interesse ma quella che in qualche modo rispetti il testo, ne dia una lettura senza chiudere in maniera serrata il campionario – vasto se non infinito – d’interpretazioni e possibilità.

La poesia si ama, dunque, proprio perché è una sposa gradita, un amante che arricchisce la nostra vita, un mondo che ci siamo scelti, che ci fa star bene e che, nel confronto paritario con l’altro, ci svela il mondo e ci aiuta a capire un po’ meglio, giorno dopo giorno, chi siamo. Quale atto di libertà, la poesia è, dunque, il testamento continuo e a perenne memoria di un individuo che rivendica il diritto ad amare rifuggendo qualsiasi forma di nefanda insubordinazione e di dubbia equanimità tra gli uomini.

Lorenzo Spurio

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1 Federico García Lorca, “Imaginación, inspiración, evasión”, texto de «El Defensor», Granada, 11 de octubre de 1928, in Federico García Lorca, De viva voz. Conferencias y alocuciones, Edición a cargo de Víctor Fernández y Jesús Ortega, Debolsillo, Barcelona, 2021, p. 127.

2 Federico García Lorca, “Imaginación, inspiración, evasión”, op. cit., p. 128.

3 Federico García Lorca, op. cit., pp. 128-129.

4 Non dobbiamo dimenticare che, anche se questo testo venne presentato anche in ambiente accademico in varie situazioni, l’intenzione di Lorca era quella di adoperare un linguaggio semplice e di “arrivare” in maniera efficace a tutti, alla maniera di una vera charla tra amici, tra pari e non un discorso recitato in lontananza dall’alto della cattedra. Lorca insegna, e predilige la via, di non prendersi mai troppo sul serio; ecco perché a volte ci spiazza e sembra che voglia farlo appositamente, in realtà è egli stesso che, trovandosi dinanzi ad argomenti di ampia complessità, prova questo disorientamento che, comunque, riesce a descrivere e cavalcare. Si ricordi, inoltre, una delle sue frasi più celebri che venne proprio pronunciata in seno a questo contesto: “La luce del poeta è la contraddizione”, in Federico García Lorca, “Imaginación, inspiración, evasión”, op. cit., p. 135.

5 Federico García Lorca, “Imaginación, inspiración, evasión”, op. cit., p. 134.

6 Federico García Lorca, “Imaginación, inspiración, evasión”, op. cit., p. 134.

7 Si è tradotto alla lettera poner con il verbo “mettere” anche se sembra stonare nella costruzione della frase. Si intende, comunque, che sta a significare “fa sorgere”, “nasce”, “costruisce”, “crea” sottolineando la capacità visionaria dell’Autore.

8 Federico García Lorca, “Imaginación, inspiración, evasión”, op. cit., p. 135.

9 Federico García Lorca, La mecánica de la poesía, texto de «Diario de la Marina», La Habana, primavera de 1930, in Federico García Lorca, De viva voz. Conferencias y alocuciones, op. cit., p. 141.

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