In occasione della prima presentazione ufficiale del prossimo venerdì, 18 settembre 2026, presso la Fondazione Matteotti a Roma, dell’antologia internazionale solidale Poeti da morire. Testimonianze e poesie contro la pena di morte, a cura di Marco Cinque e Vito Davoli, riportiamo di seguito gli Appunti di lettura, titolo della prefazione del prof. Giuseppe Langella al volume.

Ricordiamo, inoltre, che Poeti da morire è parte di una trilogia antologica sui diritti umani, i cui proventi sono stati e saranno devoluti interamente a Gazzella Odv che si occupa di cura e tutela dei bambini vittime dei bombardamenti nei territori di Gaza.

Perfino il “Dio degli eserciti” dell’Antico Testamento, distante anni luce dal Padre misericordioso rivelato dal Figlio nei Vangeli, di fronte al primo omicidio della storia decreta l’inviolabilità dell’assassino: maledice Caino, lo condanna ad aggirarsi ramingo e fuggiasco sulla terra, ma gli impone anche un segno affinché nessuno, incontrandolo, si azzardi ad ucciderlo, minac-ciando ritorsioni ancora più severe (Gen 4, 10-15). La vita degli altri non ci appartiene: ce lo ricordano, nelle loro poesie, Margherita Rimi e Anna Santoliquido. Chi condanna a morte Caino, fosse pure il criminale più efferato, si macchia di un crimine pari a quello che punisce. Da questo punto di vista, il metodo con cui viene eseguita la pena capitale non cambia la sostanza dell’atto: la condanna a morte esorbita dai confini della giustizia, uccidendo si compie semplicemente una vendetta.

Parecchi testi di questa antologia stigmatizzano la logica perversa, contraddittoria e assurda cui obbedisce la legge del taglione. «Com’è possibile» – si chiede, ad esempio, Bobby Ray Hopkins – che «una legge che dice di non uccidere / uccide lei per prima»? Con che faccia uno Stato civile può deprecare l’omicidio come il più grave e il più orribile dei delitti, se poi esso stesso lo prevede e lo pratica, e insomma lo legalizza come forma punitiva di condanna? Dal braccio della morte di un carcere della California, Robert Harris denuncia questo cortocircuito, inchiodando alle loro responsabilità i giudici che lo hanno condannato: «chi glielo dà il diritto di dire: “Uccidiamolo”? Questo non rende anche loro assassini?». «Chi uccide è sempre un assassino», gli fa eco Elio Coriano in H192048. La poetessa libanese Taghrid Bou Merhi ammonisce che «la giustizia non è un urlo d’ira / né un sipario di sangue». Se si arroga il potere di uccidere una persona, non è più giustizia, diventa un’altra cosa; allora bisogna chiamarla col suo vero nome, come fa Massimo Teti, calandosi nei panni di un Colpevole: «quella che voi chiamate Giustizia / […] è solo una vendetta»; e chi si vendica, si macchia della stessa colpa dell’assassino.

Senza contare che nelle indagini e nei processi non sempre si riesce ad accertare la verità, e talora anzi non si vuole, e che dunque non tutte le sentenze sono inoppugnabili. Le cronache giudiziarie sono piene di errori clamorosi e non si contano più, ormai, gli innocenti mandati al patibolo, il che aggiunge, se possibile, una nota ulteriore di raccapriccio all’inammissibilità della pena capitale. Si leggano, a questo proposito, i versi toccanti della poetessa somala Igiaba Scego, che condensa un’intera vita di maltrattamenti subìti in Cinque secondi. Specialmente, poi, dalla prima sezione del libro, che raccoglie, tra poesie e altre incisive testimonianze, 30 Scritti dal braccio della morte, si leva il grido inascoltato di chi è stato condannato a torto.

AA. VV., “Poeti da morire. Testimonianze e poesie contro la pena di morte”, a cura di Marco Cinque e Vito Davoli, AMZ 2025
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Mette i brividi quel che scrisse, riguardo non solo al suo caso, Joseph Roger O’Dell III, prima di essere giustiziato in Virginia: «È stato provato che tra coloro che attendono l’esecuzione ci sono degli innocenti. Molti sono morti per colpa dell’ignoranza, di abusi di potere o di semplice corruzione. E questo non allevia l’angoscia che provo nel sapere che lo Stato sta facendo di tutto per uccidermi, malgrado la chiara prova della mia innocenza», perché «lo Stato non può permettersi di riconoscere il suo errore».

E non meno avvilente è la dichiarazione rilasciata da Richard Wayne Jones, ucciso dallo Stato del Texas: «Più che un tribunale, le aule di oggi sono luoghi dove si svolgono commedie e soap-opera, dove il destino di un uomo, la sua vita e la sua libertà vengono decisi da chi riesce a catturare il maggior interesse e numero di applausi del pubblico, in questo caso la giuria. L’innocenza o la colpevolezza non c’entrano più. Si fa presto a etichettare un uomo come “killer”. E questa etichetta permetterà alla società e al sistema di uccidermi come se niente fosse».

Il sistema di potere che, per assicurarsi il pubblico consenso, costruisce l’immagine vincente del mostro assicurato alla giustizia, non esita a truccare le carte per farlo condannare a morte. Karl L. Guillen parla senza mezzi termini di «furto delle prove» e «degli elenchi dei testimoni», nonché di «false imputazioni». Gli «stessi / che hanno messo in prigione un innocente, / ora voglio-no giustiziarlo»: «gente cieca / che ascolta e che non guarda, / sente ma non aiuta».

Il fatto è che la macchina della giustizia è tanto indulgente coi potenti quanto inflessibile coi miseri (Guido Oldani). Dando voce alla protesta di un condan-nato, Marco Cinque rovescia una vibrante invettiva contro l’amministrazione classista della giustizia negli Stati Uniti – unico Paese occidentale, giova ricordarlo, dove tuttora vige la pena di morte –, chiamando in causa, con trasparente allusione, perfino George Bush Jr: «Ditemi, perché un governatore del Texas, / comoda-mente seduto sulla sua poltrona / attraverso i suoi boia federali, ha potuto / impunemente eliminare molte più persone / di quelle che ho ammazzato io? / E perché adesso questo stesso governatore / lo avete pure nomi-nato vostro presidente? // E ancora perché questo presidente / ha continuato i suoi omicidi legalizzati, / realizzandoli con premeditazione, / su scala industriale, all’ennesima potenza, / sterminando comunità intere, popolazioni, / per mano dei suoi bombardieri uma-nitari? / Per quale motivo, cari civili concittadini, / io sarei una mostruosità da cancellare, / mentre invece il vostro amato presidente / una rispettabile persona? / […] / Forse, se avessi ragionato in grande, / se anch’io avessi fatto il governatore o roba simile, / avrei potuto ammazzare quanto e come più mi piace, / ricevendo onori e gloria e magari / persino premiato con medaglie al valore».

Giuseppe Langella, Marco Cinque e Vito Davoli

Non è strano, perciò, in questo quadro, che tanto Vito Davoli quanto Jack Hirschman, approfittando dell’omonimia, stabiliscano un’equazione repressiva tra la categoria economica del “capitale” e la categoria giudiziaria della massima pena, detta appunto “capitale”. Scrive Hirschman in La punizione del capitale, un testo dedicato a Ray Allen, il mitico “Orso che corre”, indiano Cherokee ucciso dallo Stato della California: «la vera ragione per cui adesso ti stanno assassinando» è «che tu appartieni / al mondo dei poveri, / uno dei miliardi di poveri, / e che vai alla morte, sì, innocente / dei loro crimini di eterna pena capitale».

Valga anche, dall’interno di un braccio della morte, stavolta in Oklahoma, la testimonianza di Scotty Moore: «Se ho imparato qualcosa in questi anni di carcere, è l’abisso incolmabile tra ricchi e poveri. In America la giustizia è direttamente proporzionata al tuo conto in banca. Nel braccio della morte non troverai mai uno con la grana, ma solo minoranze, ritardati mentali, poveracci e analfabeti». Si leggano, a conferma, i versi di Markayla, di Shawn Rogers o di Massimo Teti, che evocano storie dolorose di abbandono e di degrado sociale.

L’esecuzione della sentenza, in questo quadro, assume l’aspetto di un rito collettivo di carattere apotropaico, cui partecipa l’intera tribù, soddisfatta di assistere all’eliminazione fisica di soggetti che hanno attentato alla vita e agli averi della gente “perbene”, minacciando l’ordine costituito. Il morboso voyeurismo che hanno sempre suscitato le esecuzioni pubbliche delle condanne a morte si spiega col bisogno inconscio di scaricare le pulsioni malvage e potenzialmente sanguinarie che abitano nelle profondità abissali degli esseri umani proiettandole su un capro espiatorio, su cui si invoca una punizione esemplare.

La scena riproduce la situazione tragica tipica dei sacrifici religiosi e dell’azione teatrale, col medesimo effetto catartico, non fosse che davanti all’uccisione del reo sulla pietà prevale il compiacimento sadico (David La Mantia), come negli spettacoli circensi dell’evo antico o alla vista dei cristiani inermi dati in pasto alle belve.

E a un numero da circo, portato in tournée da una compagnia di giro dentro «un tendone errante a stelle e strisce / un po’ consunto», Vito Davoli riduce con amaro sarcasmo l’esecuzione negli Stati Uniti delle condanne a morte (Errante); esecrando in Sipario chi vorrebbe spacciare per un frizzante varietà quello che invece è soltanto un macabro teatro della crudeltà.

La trilogia antologica internazionale solidale sui diritti umani a cura di Marco Cinque e Vito Davoli.
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«Innocenza o colpa» – scrive Karl L. Guillen – «il predestinato morirà / e tutti corrono a comprare i posti a sedere». E Roger W. Mc Gowen rincara la dose: «Quando c’è un’esecu-zione / la gente si riunisce / fuori da quella che chiamiamo / casa della morte / e cantano: “Uccideteli! / Uccideteli!” / Portano cibo e da bere / come se fosse una festa». Risuona in quel canto sguaiato l’urlo della folla aizzata dai sommi sacerdoti, che chiede a gran voce la crocifissione di Gesù. L’archetipo evangelico affiora anche, voltato al grottesco, nelle Riflessioni sulla giustizia di Guillen, dove si denuncia altresì la manipolazione delle coscienze compiuta ad arte da un’informazione al servizio del potere, ridotta a bieca propaganda: «Morte! Un boato dalla folla di marionette, / quelli a cui hanno fatto il lavaggio del cervello / con foto e fogli di carta».

L’immaginario cristiano, da Caino al Calvario, punteggia comprensibilmente i testi dell’antologia. Al primo omicida della Bibbia si richiamano Emilio Capaccio, Marco Cinque e Tania Di Malta, mentre nella sua lauda drammatica Maria Antonella D’agostino, identificandosi con «la madre del condannato», rivive il dolore della Madonna «nel fango del Golgota» e Lillo Di Mauro, attualizzando, associa all’atroce supplizio della croce l’immane tragedia che si sta consumando nella striscia di Gaza; e c’è anche chi, come Charles Culhane, paragona la sua cella alla grotta di Betlemme, facendo finta che la lampadina che gli pende sulla testa sia una stella.

Ma non manca nemmeno il repertorio della fiaba (il Mangiafuoco della Di Malta) o del mito (con la Temi di Davide Chindamo), che fanno da sponda alla ripresa di fatti di cronaca o di vicende rimaste negli annali di storia (penso in particolare ai testi poetici di Vittorino Curci, di Tommaso Di Francesco, di Alessandro Fo, di Giusy Frisina, di Maria Jatosti, di Alberto Masala, di Umberto Piersanti e di Daisy Zamora).

Nel sistema carcerario, per chi è condannato a morte non è prevista alcuna forma di riabilitazione, di reinserimento nella vita. Quella alla pena capitale è una condanna senza appello e senza rimedio, una sentenza scritta una volta per tutte. Il tempo che il condannato trascorre nel braccio della morte è di pura soprav-vivenza: un’attesa esasperante del giorno dell’esecuzione.

Chi è passato attraverso il braccio della morte ci restituisce un’esperienza di annichilimento (Paul Rougeau), dove si è indotti, per reazione, a coltivare un odio viscerale verso il mondo di fuori (Fernando Eros Caro). Anthony Haynes descrive il braccio della morte come un ladro: «La verità è che questo posto m’ha rubato tutto / m’ha preso le emozioni, reso freddo, insensibile / […] / questo posto minaccia di rubare la mia stessa umanità / […] / Cerco il vecchio me stesso / e non lo trovo in nessun posto. / Questo luogo è un ladro / dentro quest’inferno sono entrato intero / e quando me ne andrò sarò soltanto un guscio». Joe Duncan ci sfida a «immaginare un mondo / dove le stelle non brillano mai la notte», «dove è sempre buio», «dove non sbocciano i fiori», «dove non si può udire alcun canto di uccelli» e «il riso di un bimbo è un suono proibito».

Prossima presentazione ufficiale di POETI DA MORIRE, venerdì, 18 settembre 2026, presso la FONDAZIONE MATTEOTTI a Roma con: Alberto AGHEMO, Alessandra BAVA, Marco CINQUE, Riccardo COCHETTI, Vito DAVOLI, Ilaria GIOVINAZZO, Alberto RAMUNDO e Massimo TETI

Eppure, anche in questa anticamera della morte che Fernando Eros Caro, Anthony Graves e Dean D. Thomas descrivono, per averla sperimentata in prima persona, come un «inferno», può accadere l’inatteso, quel cambiamento, quella redenzione dell’umano, che una giustizia puramente contabile, ragionieristica, retributiva, non contempla nei condannati a morte, anzi esclude a priori, come denuncia Alberta Bigagli nell’Uomo negato. E allora scopriamo che nel braccio della morte Ray Allen ha cominciato a scrivere racconti per ragazzi pieni di sapienza indiana, mentre Dominique Green ha scoperto il proprio straordinario talento artistico, come il lettore di questa antologia potrà verificare ammirandone i disegni che la illustrano.

E che dire davanti al pentimento del reo confesso Harris e al desiderio di perdono che custodisce nel cuore? «Se potessi essere fuori in questo momento, se potessi essere dove mi pare, a fare quel che mi pare, probabilmente sarei sulla tomba di quei due ragazzi che ho ucciso. A metterci dei fiori, a esprimere il mio rimorso, a chiedere un po’ di perdono»; perché, come ci ricorda Janine Pommy Vega, l’unica vera espiazione di un delitto è il dolore che ti cresce dentro con la consapevolezza di quello che hai fatto.

Chiedere perdono (Graziella De Cillis) è l’atto più eloquente e significativo dell’avvenuto ravvedimento del colpevole. Dal canto suo, O’Dell III mostra un insospettabile intenerimento, una capacità di commuoversi fino alle lacrime, e può affermare, preparandosi a morire, che «il tempo trascorso in prigione non è stato interamente sprecato. Mi sono istruito, ho studiato la legge. Ho imparato l’amore e il perdono e sono stato capace di mantenere la dignità e la comprensione per gli altri: un’impresa, in un posto come questo».

Stringe il cuore pensare che siano stati e continuino ad essere uccisi come irrecuperabili criminali, nemici giurati dell’ordine sociale, degli individui in cui la detenzione e, sia pure, l’incombere dell’esecuzione capitale hanno innescato un cambiamento così radicale, con una capacità, anche, di aprirsi a una dimensione spirituale ignota a quasi tutte le cosiddette persone perbene.

A leggere Ultimi desideri di Ray Allen o Pensieri dal braccio della morte di Fernando Eros Caro o L’ultimo Natale nel braccio della morte di Charles Culhane, si rimane a bocca aperta, col sentimento che sia stata commessa nei loro confronti un’irriparabile ingiustizia.

Bisogna porre fine al «mattatoio» di cui ci parlano Tommaso Di Francesco, Carlos Mauricio e Annalisa Mercurio. Poeti da morire chiede conto a ognuna delle figure coinvolte, additando le complicità dei sicari non meno delle responsabilità dei mandanti.

Giuseppe Langella

L’ironia stravolta del Death row restaurant di Mauro Macario merita un’ampia citazione: «Abbassare la leva / invitare il pubblico a prendere posto / nella saletta con sipario / qui va in scena la rappresentazione / per una élite di buongustai / sul palco sgozzano il maiale / il Presidente ha creato la ricetta / i cuochi lo cucinano a fuoco lento / avvolto nei cordini come un arrosto / a pochi passi la morte è già virtuale / o virtuosa / dipende dagli spetta-tori / in questa Disneyland ideata a Charenton / più che a Washington / nessuno potrà esecrarli / la famiglia li amerà ugualmente / i figli attenderanno il bacio della buonanotte / la moglie si concederà con passione».

Ma davvero ci si può prestare con indifferenza a uccidere esseri umani, quasi fosse un’attività come tante? In attesa che la pena capitale venga bandita ovunque, secondo il vaticinio di Giuseppe Conte, Vivian Lamarque si rivolge proprio agli esecutori materiali della sentenza, ai nuovi boia in guanti bianchi, «che si alzano alle sette e si lavano / e si vestono e mangiano due uova e accompagnano / i figli a scuola e poi vanno al loro lavoro / di datori di morte», affinché tornino indietro e cambino mestiere; mentre il poeta macedone Vladimir Martinovsky esorta a disfarsi e a lasciar arrugginire, non più usati, gli strumenti di morte: un messaggio che vale quanto un’obiezione di coscienza. E quanto ai crimini più spaventosi, quelli enumerati da Emilio Coco, che si abbattono su intere popolazioni inermi, valga l’impegno di noi tutti a estirparli per sempre dalla faccia della Terra.

Giuseppe Langella

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