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“La poesia non è un pensierino che va a capo”. Lettera sulla Poesia di CARLO LONDERO

Il brano che segue è tratto da Lettera sulla poesia, in «l’immaginazione», XXXIV, 307, settembre-ottobre 2018, pp. 45-46, inviata da Carlo Londero (Università degli Studi di Udine, Dipartimento di Studi Umanistici e del Patrimonio Culturale) a sua nipote Margherita A. e qui ripubblicato con il consenso dell’autore e dell’editore Manni.

Cara Margherita,
lascia stare ciò che ti sta insegnando la scuola, responsabile del fallimento culturale che sta uccidendo la poesia con nozionismo acritico, mediocre e preconfezionato. La poesia non è la parafrasi; non è le immagini; non è le emozioni che una persona riversa sul foglio bianco perché sente il bisogno di sfogarsi e di scrivere il proprio nodo interiore. Quello è un diario personale, spesso irrilevante dal punto di vista letterario.

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Quando fu scritta l’ultima poesia? Piccola apologia della Poesia di SOTIRIOS PASTAKAS




Forse i nostri tentativi di definire tendenze e correnti nella poesia degli ultimi anni non sono che nobili fantasticherie, chimere bifronti, desideri irrealizzati. Poiché non possiamo scrivere una storia della poesia, ci consumiamo periodicamente, quasi alla fine dell’anno solare, nel vano tentativo di storicizzarne i fenomeni superficiali. La constatazione generale e il lamento permanente per l’assenza, ai nostri giorni, di un “forte dogma poetico” ottengono senza dubbio un facile consenso.

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“Solo la poesia può trasformare il linguaggio della guerra quotidiana promosso dai media”: FERNANDO RENDÓN risponde alle domande di KESHAB SIGDEL

Keshab Sigdel, direttore responsabile di The Poetry Planetariat, nel numero 11 della rivista (Special issue on Palestine) intervista il poeta colombiano Fernando Rendón, Presidente del World Poetry Movement, su temi legati alle azioni poetiche globali e alle campagne di solidarietà a sostegno del popolo di Gaza, nonché sui futuri lavori del WPM per promuovere la giustizia nel mondo. L’intervista, rilanciata sulla pagina ufficiale del WPM in lingua inglese, viene qui riproposta, tradotta in italiano da Vito Davoli.

KESHAB SIGDEL: Nel maggio 2025 il WPM ha annunciato un’“Azione Globale per la Palestina” in formato virtuale, che ha riunito 140 poeti e contributori provenienti da 91 paesi, descrivendo l’evento come una testimonianza del potere unificante della poesia nella lotta per la giustizia, la pace e la dignità umana. Quanto è stata efficace questa lettura globale nel sensibilizzare e mobilitare il sostegno per Gaza, e quali riscontri avete ricevuto dai partecipanti dei 91 paesi coinvolti?

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In poche parole. LINO ANGIULI a proposito del nuovo volume “Sulla Poesia, Quaderno primo” a cura di VITO DAVOLI

Si scrive Poesia e si legge… poesie. Sono infatti pressoché infinite le declinazioni di questa parola-nozione, a cominciare da quella che la riporta all’originario “fare”, il che dovrebbe contribuire a emanciparla dall’alone magico-ieratico che spesso la circonda, conducendola invece nella sfera dell’azione, un’azione comunque fondata su un qualche riconoscibile sostrato teorico aggiornato di volta in volta, di autore in autore, di libro in libro: alla stregua delle impronte digitali ogni pratica poetica dovrebbe recare le stimmate irripetibili del suo autore e la sua idea poetica.

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Qual è la frase per la poesia? La riflessione di MARGHERITA RIMI sulla poesia

«Qual è la frase per la luna? E la frase per l’amore? Con che nome dobbiamo chiamare la morte? Non lo so. Ho bisogno di un gergo come quello degli innamorati; monosillabi come ne dicono i bambini quando entrano in una stanza e trovano la mamma che cuce e raccolgono un pezzetto di lana candida, una piuma, o un brandello di chintz»1.

Prendiamo ad esempio questa frase di Virginia Woolf per rappresentare quanto sia importante per ogni poeta trovare una lingua, la propria lingua poetica. La Woolf fa riferimento ad una lingua speciale, precisamente little language, dotata di parole ed espressioni semplici, che intercorrono nella comunicazione tra due innamorati. E ogni little language è diverso a seconda di chi sono gli innamorati.

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“Maledettismo e anarchismo” in Fabrizio De André: un testo di MAURO MACARIO

Il poeta in musica si spinge oltre scardinando regole e convenzioni: di questi artisti ne nascono uno o due nell’arco di un secolo. È questo il caso di Fabrizio.

Da alcuni anni, tra libri, saggi e convegni, si è scandagliato molto nella figura e nell’opera di Fabrizio De André fino a risalire alle sue radici, ai suoi referenti, alle sue letture. Ancora oggi si scoprono o si sottolineano nuove e più complete sfaccettature di questo autore-interprete il cui flusso, addizionandosi nel solco fluviale della sua poetica pare non arrestarsi, anzi crea affluenti collaterali che poco a poco crescono diventando altri fiumi in piena.

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La poesia come ancora di salvezza: l’intervento di EMILIO COCO

Di fronte a una “bella poesia” non si dovrebbe mai dire: «Sì, è bella, ma non la capisco». La poesia non dovrebbe andare alla ricerca di lettori con l’ingrato compito di tentare di fare un po’ di luce nel buio assoluto, di arrovellarsi nel tentativo di afferrare il senso, di ordinare il disordine. Il lettore dovrebbe avere davanti a sé una poesia chiara che solo pretenda da lui di essere apprezzata e gustata. Non vorrei però essere frainteso: quando parlo di chiarezza non intendo riferirmi a una tematica pedestre, a una trasparenza concettuale a ogni costo, a una semplicità di termini e ancor meno a una sintassi elementare.

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«Sono una persona normale. Sono principalmente un poeta»: FRANCO BUFFONI sulla Poesia.

Danilo Mainardi, Umberto Veronesi, Rita Levi Montalcini furono le mie figure di riferimento laico negli ultimi decenni del secolo scorso. Oggi stento a trovarne altre di eguale livello e carisma. E dato che sono principalmente un poeta, apro una parentesi: trovo desolante pensare a certi miei colleghi, al loro scarso coraggio… l’unico laico sembro io. Tengono le cose per sé. È una cosa che mi rattrista molto. Non si manifestano… o si manifestano minimamente.

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