La poesia di Vito Davoli è poesia, come lui stesso afferma: «La poesia È». Tanto vale chiamarle apocalissi trasferisce una traccia identitaria individuale e collettiva certa che percorre vie già sgombrate dal superfluo; i significanti sono asciutti e concreti consegnano ai versi una linea ideologica diretta.
Questo suo originale stile, per gli scenari attuali, certifica la preferenza di sondare l’esperienza osservativa e fondarla in uno stampo progettuale che è riforma. Perché ogni periodo nei testi è unicum che, defaticato dagli occhi del poeta, vince un nuovo progresso, affatto altisonante, divelto da filamenti estetici che possano dissuadere chi legge.
Il lettore si intreccia e diventa poesia insieme al poeta, perché lui tira su dalla realtà comune l’evoluzione, entra nell’emancipazione di forza attrattiva, non persuasiva. Chi legge i versi li libera, l’intuizione del Poeta compie un ufficio e insieme determinano una chiara forma. Leggendo, scopro l’acume dell’intelletto-poesia che diviene affrancamento, visto che fa luce e strada.
L’analisi delle Contraddizioni si emancipa e distingue la responsabilità; consegna senza difficoltà versi che continuano a scuotere, discorrere tra gli uomini che perdono fiducia e chi dirige gli affari in una prossimità tale che asfissia e sigilla la vita in meri dispenser o contenitori produttivi. Non parla di ultimi racconti (il titolo funge da alert, da richiamo attivo), ma di tornare a respirare, come scrive nel suo bel testo Punti cardinali.

L’imprinting si capisce a p. 41 ne L’enigmista: «vale la pena / però sporcare i fogli / e sporcarsi le dita».
La libertà e la qualità tengono il passo con consapevolezza nell’esercizio di porre un’avanguardia, un corpo dentro le cose, le faccende e i richiami di Realismo Terminale (urbanismo, il dudu dudu dudu dei pendolari, l’azione della natura o le sue azioni minoritarie, la dimensione schizoide).
La poesia che certifica Davoli è lo sviluppo della motivazione tra fisico e infinito, con una volontà infinitesimale, non tralascia niente, rovescia trama e ordito, li analizza, pone radici e cielo allo stesso grado di potenza, gli oggetti che seppelliscono la vita vera, deformano la rete della comunicazione diretta hanno un’influenza che trasfigura la realtà, creando uno choc così brutale da destare i dormienti in file.
A p.17 La confezione: «anche lo stormo di gabbiani / somiglia a una catasta liquida di esuli / che s’allontanano dal mare / (…) il senso estremo della libertà è chiuso sottovuoto».
Metafore e antifrasi diventano regola nella forma stilistica del nostro poeta, e ci mostrano come negli stati contrari si svolga l’esperienza di attraversamento ma pure di accoglienza dell’irrisolto che si rivolge al trascendente, più o meno esplicitamente.
A p.31 Allattamenti: «il satellite che aggancia il cellulare (…) imitazione quantica piuttosto malriuscita (…) come neonati che non sanno del latte / e ciucciano anche il dito / o il biberon di lattice ugualmente».
Si scopre la simulazione, e il poeta mette di guardia l’attenzione che svela l’illusoria consolazione, tanto distante dall’originale creativo e umano.

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A p.37 Punti cardinali: «forse è il clima che cambia e ci sta addosso / come un sacchetto di plastica stretto (…) ma io ho il quinto mio punto cardinale (…) il mare (…) e torno a respirare»
La suggestione non è impostata, è conquista d’aria dopo l’apnea, vita che rompe l’ottundimento.
A p.53 Apocalissi: «se non siamo pazienti già in degenza / siamo visitatori in coda silenziosi / stivati dentro il piccolo ascensore / a galleggiare fra liquami di pensieri / come resti di polpa nel tetrapak: / a ognuno il suo (ri)piano ed il reparto giusto / dove provare ancora la capacità / di sfidare il dolore a viso aperto / e tenerlo lontano ancora un po’. // tanto vale chiamarle apocalissi».
Se non siamo già malati, siamo conformati a un sistema obbligatorio, automi in fila, codici a barre, che provano a disobbedire. E il tema mi suggerisce un richiamo di Henry David Thoreau ne La disobbedienza civile che dice: «Sono di stirpe troppo nobile per diventare di proprietà».
A p.59 Il verbo: «questo destino cinico ci burla / come una falsa offerta (…) ma in fondo è la parola che genera: / poesia è creazione e questo è un fatto certo!».
La questione dello stato dell’essere nella macina economica di un sistema quasi interamente fondato su fautori e vittime della sofisticazione, è urgente in Davoli, un segnale lampeggia, avvisa del degrado, ma mira alla fattibilità auspicata, nel cambiar rotta è un faro.
A p.63 Il luna park: «e il profumo che resta appiccicato addosso / è quello dell’amata libertà / il luna park dell’anima».
C’è una giostra, un parco giochi che ripete, fino a “trasecolare”, la follia di un architetto creatore che spinge alla libertà cosciente, inebria l’anima, la fa gioire anche se da terra la scena pare non funzionare.
A p.73 Insieme: «c’è chi dice che insieme valiamo di più / e gridandolo fra loro c’è chi pensa / a banconote accatastata in un caveau».
Qualsiasi sia il punto di apertura, la chiave è la stessa: il rispetto verso l’altro e l’unione, non come concessione o mistificazione, ma come partecipazione alla prigionia dell’anima, costretta troppe volte dall’imposizione truce del più potente.
Un’aria pulita si genera dai versi, valica ogni densità e sale.

La storia umana nel contrattacco dei ribaltamenti sociali, accresce il significato e il valore tematico, nel differenziale dell’esistenza e delle sue sventure. Le quote delle persone perdono terreno, capitale, potenziale nello svilimento che il poeta rileva in versi misurati, che appende alti, al sole. Affinché siano visibili, chiari.
Davoli si avvale di una destrutturazione linguistica , pone una geniale escatologia dall’ultimo disfacimento del patto con l’eterno. Da un fine barlume riaccende un fuoco, così che la vita ricomincia dal depauperamento, dalle ceneri delle cose dimenticate, date per inestinguibili o inalienabili.
Anche nelle speranze accantonate fa vibrare anticipatamente le corde più tese che accennano all’imminenza di un’Apocalisse. Allora dice “Tanto vale chiamarle apocalissi” questa serie di scellerati tentativi di sabotaggio economico-virtuale, in cui si perdono gli occhi in una scena apocalittica, esausta. L’atterraggio di botto dal decadimento è fra carte chimiche, ma la visuale si spinge oltre la mano fallace di un materico caso. Dalla bietta poltiglia tossica, la poesia si discosta, costruendo un contenimento della società liquida che emargina l’uomo nella terra di nessuno.
Davoli sostiene questo ritmo in tutti i componimenti, lo fa con la costanza di chi non smette la sua preghiera, ma trasforma il suo giornale poetico nel giorno dopo, oltre le promesse, nella tangibilità di taglio vigile che offre le cose che non vogliamo senza la retorica che schiaccia il senso primario e l’oro della parola. Qui la poesia di Realismo Terminale è di più di una presa di coscienza, è una ricerca e un rifugio per viaggiatori espropriati, come dice, nella nota iniziale del libro, il chiarissimo Guido Oldani.
Davoli supera, a viso aperto, coraggiose riprese sfidando i dispotismi che infieriscono in una massa fuori uso. Opera l’attraversamento metaforico di un deserto moderno, il cui significato risiede nelle tavole consegnate a Mosè. «Esercizi, forse, ma di alto apprendistato» così chiude la postfazione di Gianni Antonio Palumbo.
Vito Davoli, già noto poeta nel concreto panorama letterario contemporaneo, è anche saggista, critico letterario e traduttore. Curatore di antologie e fondatore di più riviste. È corrispondente per testate giornalistiche nazionali e internazionali e partecipa attivamente all’editoria. Già insegnante nelle scuole superiori negli anni ’90, per la fortuna dei suoi studenti.
Barbara Mastroviti



