Narrativa italiana, Scienza, Tecnologia e Società. Dalla tarda modernità alla contemporaneità.
I libri si distinguono tra rispettabili impegni e ricerche, e libri-Opera, che raccolgono il senso di una vita, animata, spesa e restituita nel mondo in cui si è vissuti. Senso che dunque è materia, corpo e carne del tempo di cui si fa voce. Quando tale ricchezza di interazioni, tra singolarità e molteplicità, si coagula come in questo libro di John Picchione, di cui cerco qui di offrire un sintetico richiamo, quel senso e quel tempo diventano luoghi di arricchimento del processo vitale collettivo, proiettato oltre gli stessi contemporanei dell’Autore.
È un’opera impossibile senza il coinvolgimento e l’attraversamento di ambiti e linguaggi interdisciplinari, di cui si dà conto già nel sottotitolo, richiamando ricerche scientifiche, sia tecnologiche che sociali. Una tensione alla totalità, che fa di questa un’Opera non un Hortus conclusus nel letterario, ma una azione aperta, tesa a dire e a restituire la scrittura-letteratura nella complessità del Mondo. Col che il senso del tempo ripreso è tale e reale solo se è condiviso.
Sempre nel sottotitolo, viene specificata la focalizzazione della sua ricerca nella narrativa. Ne consegue che, in primis, il libro si articola in un ricco attraversamento di tutte le forme narrative generate dal e nel ‘900, secolo di esplosioni di immani tragedie e inventive, generate dal sempre più furioso sviluppo capitalistico. Il libro, pertanto, esplora le varie forme di narrativa, che vanno da quelle delle esaltazioni futuriste, alle opere collocate sul versante delle mancanze, sofferenze invisibili o drammatiche, del cosiddetto Disagio della civiltà.
Disagio, esperienza e fonte di pensiero critico, senza il quale la libertà trionfante narrata dalla ideologia del capitalismo di magnifiche sorti e progressive (splendido rovesciamento satirico del genio leopardiano), rimane illusione e strumento di sudditanza passiva, rispetto al dominio in atto.

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Da qui, i saggi preziosi che ne conseguono riguardano Autori quali Pirandello e Svevo, Pavese e Buzzati, fino a quelli del secondo Novecento, come Mastronardi e Volponi, ma anche autori contemporanei di questa fase del capitalismo globalizzato e digitale, quali Tabucchi, Nove, Accardo e altri.
Un attraversamento che perviene al “Tempo bloccato” (p. 235), consono alle cieche hybris e grottesche pretese di fine della storia, narrate ad esempio dalle “storie-interviste di Aldo Nove” (ibidem).
La narrazione che ne deriva è della alienata esaltazione individualistica, che perde ogni contatto e coscienza della realtà, con l’incapacità di progetto di un altro orizzonte storicosociale, di uno stato di libera oscillazione in un universo liquido (quale disegnato da Bauman), del quale non si vede il limite, se non in deliri di superpoteri capaci di uscita da un chiuso e insieme infinito, innumerevoli personaggi che hanno animato decenni di cinema, con Supermen capaci di andare oltre la sua favolosa “Distopia e tempo cosmico” (p. 289).
L’unica possibile uscita e ripresa del tempo, cioè della realtà e di sé, è data dalla capacità di condivisione, pertugio di una liberazione effettiva, di presa di coscienza critica, di resistenza e liberazione con il progetto di un’altra storia antropologica e sociale: «Il ricongiungimento col reale si afferma…tramite l’incontro con l’Altro…vissuto senza dissidio e separatezza, all’insegna del legame e della solidarietà.», in quanto «L’Altro è riconosciuto come parte costitutiva della propria identità e della propria realtà» (ibidem).

L’ultimo capitolo (da p, 255 a p. 294) è dedicato al giovane Aldo Nove, e serve a Picchione per ribadire in chiusura i nodi e le sintesi dolorose più attuali della contemporaneità, anche se già evidenziate attraverso gli Autori precedentemente citati:
«L’accelerazione di tutti i ritmi di vita, i mutamenti apportati dalle nuove tecnologie… la precarietà del lavoro… hanno creato la percezione» di «esperienze… costituite da ‘episodi senza scopo, slegati tra loro’», in cui «le cose cambiano, ma non si sviluppano, ‘non vanno da nessuna parte’» (p. 294)… «una prospettiva» della «tarda modernità… contraddistinta dalla frammentazione… in cui, da una parte, nella dimensione collettiva, si è smarrita la finalità della Storia e, dall’altra, nella dimensione individuale, la volatilità e l’assenza di direzione regnano… Il capitalismo contemporaneo con la sua accelerazione di ogni espressione di vita, espone a forme inedite di alienazione che sconvolgono i rapporti umani con lo spazio e con il tempo», (ibidem).
Il ramificato percorso del libro si misura con tale condizione, nella coscienza della sua chiusura distopica, eppure non arresa alla sua chiusura antiumana, continuando a porre sollecitazioni attive e domande, attraverso i personaggi dei testi esaminati, come quella posta da un professore, nel romanzo Il professore di Viggiù (2018) di Aldo Nove: «E come se ne esce da questa waste land
culturale e sociale?» (p. 290), domanda aperta, necessaria quanto (im)possibile, ma eticamente imposta alla nostra responsabilità storica e antropologica.
In chiusura, voglio sottolineare la dimensione quantitativa e qualitativa dell’Opera, citando il suo corredo di una corposa bibliografia, da pagina 295 a pagina 306. Un libro da leggere e rileggere, senza una sequenza ordinata, ma con scelte sollecitate dai vari capitoli della sua tensione totalizzante.
Adam Vaccaro



