Quando tornano gli dèi. La poetica della Lazio (Avagliano, 2026) di Alessandro Moscè è un racconto suddiviso in brevi capitoli sull’epopea calcistica, ma a tutti gli effetti risulta una narrazione lirica e memoriale. Cinquant’anni di storia laziale sono sottratti alla mera cronaca e trasformati in una mitografia privata e collettiva: non una semplice sequenza di campioni, partite e stagioni, ma un insieme di epifanie, lutti, fedeltà, ossessioni.
L’autore dichiara: «La Lazio è la mia poesia». Questa definizione, che sembrerebbe enfatica, va presa alla lettera. Il calcio è un dispositivo di conoscenza e una forma ibrida di autobiografia, un modo di nominare il tempo perduto e di ricomporlo pazientemente nel proprio vissuto.
La radiocronaca e il giornalismo sportivo, da Sandro Ciotti ad Enrico Ameri, da Gianni Brera ad Antonio Ghirelli, non fanno soltanto da sfondo al calcio domenicale di una volta, ma danno voce e ritmo al racconto.

Acquista il testo online
Tra le pagine rivelatrici quelle in cui, davanti al degrado degli slogan e alla violenza delle curve («sono un tifoso, ma non uno scalmanato»), Moscè costruisce il nesso tra scrittura e atletismo, tra un campo erboso e un foglio bianco. Lascia che lo stadio, il pallone, la porta e il sospirato goal della Lazio arretrino per far posto alla poesia.
Da qui nasce l’idea più intensa: il calcio come lingua capace di dire amore. Gli dèi coincidono con noi stessi, con la proiezione del nostro desiderio e nell’immedesimazione con i protagonisti di un’epica popolare. La poetica ondeggia tra la storia della Lazio e quella interiore di chi ricorda.

Molti i calciatori ai quali sono dedicati i cammei, seppure il centro magnetico sia sempre Giorgio Chinaglia, idolo dominante di una mitologia che attraversa l’intero volume. Attorno a lui si concentra una costruzione leggendaria: Long John, il centravanti dello scudetto del 1974.
La formula «Giorgio Chinaglia è il grido di battaglia» non vale come tormentone, ma assume la forma di una preghiera laica che i lettori di Moscè ormai conoscono bene.
Ancora più sensibile è il fatto che l’autore non rinunci ad immaginare un incontro con Tommaso Maestrelli (l’allenatore buono), Giuseppe Wilson (il capitano elegante), Luciano Re Cecconi (il biondo centrocampista ucciso in una gioielleria), Felice Pulici (il portiere con la maglia nera), Vincenzo D’Amico (genio e sregolatezza) ecc. I morti continuano a sorvegliare sui vivi per una costellazione familiare che non smette di brillare.
L’intera Lazio di Moscè, dagli anni Settanta ad oggi, è una comunità simbolica. Roma, nello sfondo, funge da scenografia sacrale fino ai giocatori dei nostri giorni: Immobile, Luis Alberto, Pedro.
Il climax affettivo lega Alessandro al padre e nel passaggio dalla cronaca all’intimità la fede calcistica non nasce da una preferenza, ma da una trasmissione di gesti, posture, paure, voci, da una fraternità che diventa appunto linguaggio, prosa poetica.

Il lessico di Quando tornano gli dèi è divulgatore allegorico di imperi, patres familiarum, corone, toghe, armature. Formule come “il padre di tutti”, “uno specchio senza riflesso”, “uno schermo oscurato”, “nel celeste cielo vola un’aquila” dimostrano che l’aneddoto si alza ad emblema.
Così il libro si colloca in una tradizione letteraria ben precisa che lo stesso Moscè cita apertamente. Con Umberto Saba condivide l’intuizione che il calcio sia un teatro della verità umana. Se in Saba il goal è un lampo di festa, in Moscè si prolunga in una vibrazione elegiaca.
Da Gianni Brera è ripresa l’invenzione lessicale e il piacere del racconto antropologico. Valentino Zeichen rievoca i gladiatori nello Stadio Olimpico e con Giovanni Raboni l’autore ripete una formula: «Si tifa per la propria squadra come si tifa, in fondo, per la propria vita».
Non mancano interi capitoli, come quelli di chiusura, che restituiscono un sentimento: il pranzo di famiglia, la tavola imbandita da nonna Altera, la macchina fotografica Polaroid allo stadio di Perugia, il cappellino con il pon-pon bianco-celeste.
Fra gli aneddoti più riusciti spiccano la gita del 16 maggio 1976 con nonno Ernesto, la leggenda del faggio di Canfaito che ulula e vola e la radiocronaca di un Como-Lazio ascoltata nel bosco del San Vicino. Con Quando tornano gli dèi
il merito di Moscè è di aver dato alle stampe non un libro sul calcio, ma un libro letterario immaginato attraverso il calcio.
Barbara Mastroviti



