Il titolo di quest’ultimo libro di Francesco Sassetto è preso dall’acronimo del Museo di Arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto. Nome dunque di un luogo per dire di un nonluogo, quale è oggi la testimonianza esperienziale di una soggettività che può dire di sé, solo se si colloca nell’Oltre la miseria antropologica del presente e del suo orizzonte distopico.
Ne derivano versi che attraversano e traducono i suoi sassi di dolore, rabbia e disperazione, per proiettarli su una tela di Utopia, luogo negato dell’irriducibile bisogno umano di dargli vita fuori dagli orizzonti attuali, che pretendono di essere eterni.
Dirne, quindi, per negare questa pretesa e falsificazione, riaffermando una verità che, allo stato, pare solo follia visionaria. Ma non c’è alternativa al percorso di chi cammina su un crinale che vuole dire per dare realtà all’immaginazione, rincorrendo immerso in ogni sua piega di luce ed ombra, di gioia e ludibrio, sapendo che solo così può dare corpo e riflettere quei sogni che abitano nel cuore di tanti esseri umani, contemporaneamente dentro e fuori la realtà visibile, al pari del gatto di Schroedinger.

Anche questo libro di Francesco Sassetto, prosegue dunque il percorso espressivo precedente, che ho esaminato e collocato lungo la mia ricerca di Adiacenza, in quella da me definita Terza Riva, rispetto a due modalità prevalenti nella poesia contemporanea italiana: una di iperdeterminazione del significante, e l’altra di iperterminazione del significato. La prima che tende ad appagarsi di magia della lingua, con rarefazione di sensi e significati, la seconda con l’illusione di poter semplificare la complessità riducendola a un minimalismo di lingua e di esperienza diretta.
A cosa risponde l’atteggiamento del Soggetto Scrivente che si pone invece su una (im)possibile Terza Riva? Al bisogno di dare nome e forma alla Cosa ignota, che è negata dal noto. Un ignoto del noto che nel contesto contemporaneo viene percepito con un senso di vuoto. Vuoto dai cento sensi nella realtà contemporanea, dalla disgregazione del senso di comunità alla perdita di sicurezza, comprensione e futuro, alla perdita di senso tout court. La percezione acuta e l’intollerabilità di tale vuoto-mancanza diventano così lievito di
virtute e canoscenza, di pensiero critico e ricerca di un Oltre, nell’assordante silenzio della realtà distopica.
In particolare, il vuoto di futuro, se è invisibile dall’occhio del realismo pedestre, è bisogno essenziale per la ricchezza della vita, esaltata solo se riesce ad articolare un progetto. La visione utopica è quindi la risposta tesa a restituire la vista di un luogo di possibilità non contemplate dall’esistente. Restituzione che è il motore animante il poièin più ricco, sollecitato dalla complessità e totalità della vita e non da una qualche emozionale.
E se la poesia si fa sua voce, è il nonluogo più reale dei luoghi visibili. I quali, se non sono vissuti come pedana per il loro superamento, diventano apparenze inerti e oppressive, fantasmi e simulacri silenti.
Come dice nella sua Postfazione, Alfredo Rienzi (citando anche G. Fantato): «solo il poeta cha ha attenzione assoluta al mondo potrà cogliere» il lato nascosto, invisibile, ma costitutivo del “disegno complessivo”, capace di vedere «il senso del disegno totale, in cui ogni evento è inscritto».

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Sono tali complesse interconnessioni sensitive del cervello bagnato (come definito da Rita Levi Montalcini), poste da Francesco Sassetto in esergo del libro, con versi di Vittorio Sereni, «Di tunnel in tunnel di abbagliamento in cecità / tendo la mano. Mi ritorna vuota… // Ancora non lo sai /… / che di tutti i colori il più forte / il più indelebile / è il colore del vuoto?», cui seguono versi di Francesco De Gregori: «Gli occhi oggi gridano agli occhi / … / le orecchie non vedono niente / tra Babele e il Villaggio Globale /… / E c’è un forte rumore di niente».
Entrando nella struttura del libro, essa è articolata in tre sezioni: MART. PAESAGGI, OTHERSIDE. Tre campate in tensione tra Qui e l’ Oltre, tra ciò che c’è e la proiezione di ciò che manca, e chiede di dargli un nome, senza di che le cose della realtà visibile non diventano la Cosa che chiede di essere, della Totalità
degli esseri umani. È un arco teso che parte dalle Sale del Mart: «Eri già altrove nell’immobile bagliore dei padiglioni», da cui «si guarda il cielo quando è nuvole ferme come / quando si muore», sicché «il vuoto addenta ad ogni svolta / il tuo andare a cercare / e non trovare niente» (p.11).
Seguono versi in frammenti come annegati nel bianco della pagina, che diventa immagine silente del vuoto: «Nessun grido / qualcuno piange /… / gettare / i brandelli dei sogni / nell’inceneritore» (p.12).
Poi il testo si fa telecamera, corredato anche da foto delle immagini evocate: «il ragazzo sta fermo sul divano, spara da due ore / è contento / o è bravo a fare finta» (p.15); «colori strappi graffi /… /girare in tondo / stare a guardare» (p.21); «inganna l’ampiezza dell’entrare» (p.25); «tutto si allontana / si accatasta / precipita / nella discarica che esonda» (p.29); «la ragazza si fa un selfie /… / nel diluvio dei volti assenti / il suo sorriso digitale / assuefatto a migliaia di replicanti». Lo scenario fisico di bolla vuota, diventa immagine degli umani, sfiorati e interposti tra i reperti delle opere esposte, immagini di «nessuno centomila / il paesaggio che più addolora» (p.33).

Ed è questo paesaggio che dà il nome alla campata del tratto di percorso successivo, aperto da una citazione in esergo di Andrei Tarkovsky: «L’uomo moderno vive senza speranza, senza fede…di influenzare la società in cui vive».
L’Orizzonte dunque non cambia, né può artificiosamente cambiare, ma se nella prima sezione «la musica attacca in la minore» (p.12), tonalità in cui, come abbiamo visto, sensi e forme declinano fratture, frammenti disperati, cataloghi di vuoto, ora il testo e i toni tendono a risalire la scala in un la maggiore, e a sfociare in forme più compatte alla ricerca di spiragli solari in un Sé ricomposto:
«a volte uno scossone un crollo avanza / nel silenzio della non appartenenza /… / devoto al dio della Mancanza / … / come il soldato avvolto nella neve» (il baraccone avanza, p.39);
«turisti galleggianti città e vita senza / senza domande né risposte da inquietare / l’esistente / efficienti e inerti // clienti del presente /… / si affidano a google map, spentyo ogni faro /…niente Guide né Maestri // soli con se stessi o compagnia smarrita / la realtà è quella che si vede / putrido inferno quotidiano // senza pertugio per scampare» (figli proiettili vaganti, pp.45-46);
«ore e ore ad ammirare lo schermo fluo / abbiamo pianto tanto la dittatura / del confinamento // la socialità proibita / musei cinema teatri abbandonati / decreti ministeriali sudamericani / rabbia impotente /…era dolce naufragar nell’illusa libertà perduta» (lockdown,, p.49);
«meglio dotarsi oggi / di cuffie cuffiette auricolari / parafernalia da ascoltare nelle strade nei bar nei bus / alla tivù / al telegiornale // il vuoto si è fatto verbo maciullato / in mille voci balbuzienti / suoni dementi /… / e il mondo sembra tutto uguale / … / anche così / oggi si muore» (pp.50-51).
In questo disegno di planitudine umana, anche l’amore e il sesso, smarriscono il loro lampo nel buio, «L’orgasmo stenta ad arrivare», e si riduce un «rito da officiare», dopo di che “Ite missa est”, alzarsi, «bere un caffè / fumare» (adesso si fa l’amore, p.52). Momenti di sete d’amore, in cui anche la sua seta «somiglia a un borbottio di parole opache / senza più canto» (p.54).

Traspare dunque un sole, seppure rabbioso e acido, tra succedanei artificiali, in cui «tutti fanno foto a tutto / … / la memoria è una miriade di elettroni /… / ad altissima definizione / … / e più non dimandare» (p.57).
Perché «qui non è luogo per via diritta», è luogo «dell’onda che gira circonda», è «l’impero della circonferenza», in cui «tutto trema s’avviluppa s’abbraccia» tra «meraviglia e sgomento». E mentre «ingrassano / sempre più imponenti / violenti // padroni del posto /… / lezzo di morte spira da ogni parte», e in tale mancanza di comunità, se «La gente passa / si scansa. // Fa paura la razza futura» (p.62).
È un grido che apre la terza sezione, un Otherside cercato nonostante, annunciato da un esergo di versi di Erri De Luca: «La nostra terra inghiottita non esiste sotto i piedi / nostra patria è una barca, un guscio aperto».
Appaiono «anime salve / galleggianti», tra illusioni e allusioni che sembrano rientrate «Nei padiglioni infuocati di luce», dell’avvio, ma che replicano «altorilievi di annegati, pietre tombali / senza nomi» (p.66); «Sessanta sono annegati a Crotone / pesci spiaggiati tra gli ombrelloni» (p.70); «Su Youtube i bambini di Dakar / nella polvere a mendicare /… / cinquantamila visualizzazioni // frattaglie / i rapporti dell’Unesco / gli accordi interbnazionali / i versi indignati dei poeti // I bambini sporchi di guerra e di fame / continuano a bussare // buio d’inferno / il mare da passare» (p.72).

Sono gli ultimi versi, di un libro che decritta crudamente gli orrori e le follie del presente, ma nel contempo non declina disperazione, perché implica e impone a ciascuno una responsabilità etica, storica e sociale di attraversare il mare finito del presente, che non è solo quello davanti al quale sono posti gli affamati migranti.
Ad essi l’infinita fame di profitto dell’Orco finanziario, se col braccio sinistro promuove traghetti e dice, siete liberi di andare dove volete, con il destro spara e alza muri, mentre sogghigna: l’importante è non toccare il mio accumulo. Ma ai “devoti del dio della mancanza”, davanti a questo mare ignobile, pone e impone di non appagarsi di sogni e versi indignati.
Adam Vaccaro



